Dalla grande depressione del ‘29 alla pandemia: cause, dinamiche ed effetti delle recessioni sull’economia reale
Il termine recessione è entrato stabilmente nel linguaggio economico e nel dibattito pubblico, soprattutto nei momenti di maggiore incertezza. Ma dietro questa parola si nascondono dinamiche complesse, che coinvolgono produzione, occupazione, finanza e aspettative di famiglie e imprese. Comprendere cosa sia una recessione, come abbia origine e in che modo si trasmetta all’economia reale è fondamentale per interpretare i grandi shock che hanno segnato la storia economica moderna.
Questo articolo ripercorre le principali recessioni dal 1900 a oggi, analizzandone le cause e gli effetti attraverso alcuni casi emblematici: dalla Grande Depressione del 1929 alle crisi petrolifere degli anni Settanta, dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008 fino alla crisi del debito sovrano europeo e alla recessione legata alla pandemia di Covid-19. Particolare attenzione è dedicata all’Italia, che ha sperimentato queste fasi recessive con caratteristiche spesso più accentuate rispetto ad altre economie avanzate, a causa della struttura produttiva, della dinamica del debito pubblico e della forte interdipendenza con i mercati finanziari e il commercio internazionale.
L’obiettivo è fornire una chiave di lettura chiara e accessibile per comprendere come e perché le recessioni si manifestano, quali meccanismi le amplificano e in che modo incidono sul tessuto economico e sociale del Paese.
Recessione: definizione
Quando si parla di recessione economica, ci si riferisce a una fase in cui l’attività produttiva di un Paese rallenta significativamente, non riuscendo a sfruttare appieno le proprie capacità. In termini più semplici, l’economia produce meno di quanto potrebbe, utilizzando in modo inefficiente le risorse disponibili: lavoratori, impianti, infrastrutture.
Il principale indicatore utilizzato per identificare una recessione è il Prodotto Interno Lordo (PIL), che misura il valore complessivo di tutti i beni e servizi prodotti in un determinato periodo all’interno di un Paese. Quando il PIL diminuisce, significa che l’economia sta producendo meno rispetto al passato.
Recessione tecnica vs recessione economica
Esiste una distinzione importante tra due tipi di recessione. Si parla di recessione tecnica quando il PIL registra una contrazione per almeno due trimestri consecutivi. Questa definizione, diventata uno standard riconosciuto a livello globale, fu utilizzata per la prima volta nel 1975 dall’economista Julius Shiskin in un articolo del New York Times.
La recessione economica, invece, viene identificata quando la variazione del PIL diventa negativa su base annuale, confrontando cioè un trimestre con lo stesso periodo dell’anno precedente. In questo caso, vengono considerati anche altri indicatori fondamentali come i consumi delle famiglie, la produzione industriale, i livelli occupazionali e l’andamento demografico.
Le conseguenze di una recessione
Durante una fase recessiva, l’economia attraversa cambiamenti significativi. Tipicamente si assiste a una riduzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori, che frena la crescita dei prezzi e può contenere l’inflazione. Tuttavia, in alcuni casi particolari, può verificarsi il fenomeno opposto: la recessione si accompagna a un aumento dell’inflazione, situazione nota come stagflazione.
Altri effetti comuni delle fasi recessive includono l’aumento della disoccupazione, la contrazione della produzione industriale e, spesso, una diminuzione dei tassi di interesse. Quest’ultima può derivare sia dalle politiche espansive adottate dalle Banche Centrali per rilanciare l’economia, sia dalla ridotta richiesta di credito da parte delle imprese.
Quando una recessione si prolunga per un periodo molto esteso, si configura una vera e propria depressione economica. Al contrario, quando l’economia torna a crescere, si entra nella fase di ripresa, caratterizzata da un graduale incremento di produzione, occupazione e redditi.
Come inizia una recessione: Le cause principali
Le recessioni economiche non nascono dal nulla: sono il risultato di eventi specifici che alterano gli equilibri tra produzione e consumo. Gli economisti individuano due grandi categorie di fattori scatenanti: gli shock di offerta e gli shock di domanda.
Uno shock di offerta si verifica quando un evento improvviso riduce la capacità produttiva del sistema economico. Uno shock di domanda, invece, nasce quando famiglie e imprese riducono improvvisamente la propria spesa. Entrambi questi fenomeni possono presentarsi in modo imprevedibile, rendendo difficile prevenire le fasi recessive.
È importante notare che non sempre i confini sono netti: alcuni eventi, come la pandemia di COVID-19, hanno generato contemporaneamente problemi sia dal lato dell’offerta (chiusure produttive, interruzioni nelle catene di approvvigionamento) sia dal lato della domanda (calo dei consumi a causa delle restrizioni ai movimenti).
Gli shock di offerta
Quando una risorsa essenziale per la produzione diventa improvvisamente scarsa o molto più costosa, l’intera economia può risentirne. In questi casi si assiste tipicamente a una doppia conseguenza negativa: la produzione diminuisce e i prezzi aumentano. Questa combinazione di output in calo e inflazione in crescita rende gli shock di offerta particolarmente insidiosi.
Gli shock più rilevanti riguardano solitamente risorse utilizzate in modo trasversale nell’economia. Il petrolio rappresenta l’esempio classico: essendo impiegato nella produzione di quasi tutti i beni e servizi, oltre che come bene di consumo diretto, qualsiasi alterazione nel suo prezzo o disponibilità si ripercuote sull’intero sistema produttivo. Anche altri fattori cruciali – come la disponibilità di manodopera qualificata o l’accesso a determinate tecnologie – possono generare shock di offerta significativi.
Le crisi petrolifere degli anni Settanta illustrano perfettamente questo meccanismo: ne parleremo in un paragrafo successivo.
Gli shock di domanda
Le recessioni innescate da shock di domanda presentano caratteristiche diverse: la produzione cala, ma – a differenza degli shock di offerta – i prezzi tendono a rimanere stabili o addirittura a diminuire. Questo rende potenzialmente più efficaci gli interventi di politica economica, che possono stimolare la domanda senza alimentare l’inflazione.
Un calo della domanda può nascere da cambiamenti spontanei nel comportamento di consumatori e imprese. Se le famiglie percepiscono un peggioramento futuro delle condizioni economiche, per esempio, tendono a consumare meno per aumentare il risparmio. Analogamente, se le aziende prevedono una recessione imminente, rinviano gli investimenti in nuovi macchinari o strutture produttive. Questi comportamenti possono auto-alimentarsi, trasformando le aspettative negative in realtà economica.
Le politiche economiche restrittive
Paradossalmente, anche le decisioni delle autorità pubbliche volte a contenere una crescita economica eccessivamente rapida, che rischia di far aumentare troppo i prezzi, possono innescare una recessione.
- Sul fronte fiscale, un governo può decidere di ridurre la spesa pubblica o aumentare le tasse durante una fase espansiva. L’esempio storico più eclatante risale al 1945: alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti ridussero drasticamente la spesa bellica, passando da un deficit pari al 30% del PIL a un surplus dell’1,7% nel giro di pochi anni. Questo brusco ritiro dello stimolo fiscale provocò una recessione, seppur con livelli di disoccupazione contenuti.
- Sul fronte monetario, le Banche Centrali possono decidere di alzare i tassi di interesse per contenere l’inflazione. Tassi più elevati rendono più costoso indebitarsi per famiglie e imprese, frenando consumi e investimenti. Inoltre, tendono a rafforzare la valuta nazionale, penalizzando le esportazioni.
La storia mostra che la maggior parte delle recessioni dagli anni Quaranta in poi è stata preceduta da periodi di rialzo dei tassi.
Le crisi finanziarie
Il sistema finanziario e l’economia reale sono profondamente interconnessi. Una crisi finanziaria può scatenare una recessione, così come una recessione può innescare turbolenze sui mercati. Questa interdipendenza crea meccanismi di amplificazione: il deterioramento delle condizioni creditizie frena ulteriormente la domanda, che a sua volta peggiora la situazione finanziaria, in un circolo vizioso difficile da spezzare.
Le crisi finanziarie possono originarsi da diverse situazioni: bolle speculative su asset, crisi del debito, mancata supervisione dei mercati. Gli effetti tipici includono difficoltà di accesso al credito, caduta dei prezzi degli asset, problemi di liquidità e solvibilità per le istituzioni finanziarie. Quando questi fenomeni si diffondono, l’impatto su consumi e investimenti può essere devastante.
La crisi finanziaria del 2007-2008 rappresenta l’esempio più recente e drammatico: ne parleremo più approfonditamente in seguito.
Il ruolo del mercato immobiliare
Il settore immobiliare merita un’attenzione particolare perché storicamente ha anticipato molte recessioni. Gli investimenti residenziali – costruzione di nuove abitazioni, ristrutturazioni, commissioni ai mediatori – rappresentano una componente significativa del PIL e tendono a oscillare più ampiamente rispetto ad altri settori.
L’andamento dei prezzi delle case influenza l’economia attraverso diversi canali. Prezzi in crescita incoraggiano nuove costruzioni e stimolano i consumi delle famiglie proprietarie. Al contrario, prezzi in calo deprimono l’attività edilizia e inducono le famiglie a ridurre la spesa.
Il dibattito tra gli economisti verte su un punto cruciale: le flessioni del mercato immobiliare causano le recessioni o semplicemente le anticipano? Sebbene gli investimenti residenziali rappresentino una quota relativamente modesta del PIL, tendono a contrarsi prima e più profondamente di altri settori nelle fasi che precedono le recessioni.
La crisi del 2007 dimostra che il settore immobiliare può effettivamente innescare una recessione, specialmente quando una bolla speculativa si sgonfia.
Le recessioni dal 1900 a oggi
1929: la Grande Depressione
La crisi del 1929 rappresenta uno spartiacque nella storia economica mondiale. Quella che iniziò come una bolla speculativa negli Stati Uniti si trasformò rapidamente in una depressione globale che segnò profondamente l’intero decennio successivo.
Gli Stati Uniti stavano vivendo, nei cosiddetti “ruggenti anni Venti”, una fase di straordinaria espansione economica. La Federal Reserve mantenne dal 1927 una politica monetaria estremamente accomodante, rendendo disponibile abbondante liquidità a tassi contenuti. Questa liquidità alimentò una corsa speculativa senza precedenti a Wall Street: tra il 1922 e il settembre 1929, l’indice azionario vide il proprio valore quintuplicato.
Il 24 ottobre 1929, passato alla storia come “giovedì nero”, 13 milioni di azioni furono vendute in preda al panico. Cinque giorni dopo, il 29 ottobre, le vendite toccarono quota 16 milioni. Le conseguenze furono devastanti: tra il 1929 e il 1933, il PIL statunitense si contrasse di un terzo, la produzione industriale dimezzò e la disoccupazione raggiunse il 25% della forza lavoro.
La crisi non rimase confinata agli Stati Uniti. Le banche americane richiamarono i prestiti erogati all’estero (circa 30 miliardi di dollari che avevano sostenuto la ricostruzione europea). Nel giugno 1930, gli Stati Uniti approvarono inoltre una severa tariffa doganale protezionistica, innescando una spirale di chiusure commerciali che soffocò l’economia mondiale.
L’Italia fascista affrontò la crisi con politiche deflazionistiche. Tra il 1930 e il 1931, il reddito nazionale toccò i livelli più bassi. La disoccupazione raggiunse il picco nel 1932-1934, calando soltanto nel 1935.
1974-75: la Crisi Petrolifera
Gli anni Settanta segnarono la fine del lungo boom economico del dopoguerra. Nell’ottobre 1973, durante la guerra dello Yom Kippur tra Israele e i Paesi arabi, l’OPEC impose un embargo petrolifero contro gli Stati occidentali che sostenevano Israele. In pochi mesi la produzione mondiale calò del 10%, mentre il prezzo del greggio quadruplicò, passando da 3 a 11,5 dollari al barile.
Fu il primo di due shock consecutivi: tra il 1978 e il 1979, la Rivoluzione iraniana e la guerra tra Iran e Iraq provocarono un nuovo raddoppio dei prezzi. Nel giro di otto anni, il petrolio raggiunse i 34 dollari al barile – diciannove volte il valore del 1970.
L’impatto fu devastante. Per la prima volta in tempo di pace, le economie occidentali sperimentarono la stagflazione: inflazione alle stelle (con picchi del 9% annuo tra il 1972 e il 1983) accompagnata da recessione e calo della produzione del 10%. Un fenomeno che contraddiceva le teorie economiche dell’epoca.
In Italia, il governo Rumor decretò misure d’emergenza nel novembre 1973: non solo le celebri “domeniche a piedi” vietarono la circolazione nei giorni festivi, ma le restrizioni imposero limiti di velocità, chiusura anticipata di negozi e locali, spegnimento delle insegne luminose, riduzione dell’illuminazione pubblica, programmi televisivi interrotti alle 22:45.
La crisi si allentò nella primavera 1974, ma l’economia italiana aveva subito un colpo molto duro: nel 1974 l’inflazione toccò il 19,1% e nel 1975 il PIL calò del 3,8%, segnando la prima recessione del dopoguerra.
2007-2011: Mutui Subprime e Crisi del Debito Sovrano
Tra il 2007 e il 2011 la crisi finanziaria internazionale ebbe effetti rilevanti anche sull’economia italiana, sebbene con modalità diverse rispetto ad altri Paesi. Il sistema bancario nazionale risultava infatti meno esposto ai mutui subprime rispetto a quello statunitense e di alcuni partner europei. Tuttavia, la forte interconnessione dei mercati finanziari fece sì che le tensioni esplose all’estero si riflettessero progressivamente anche in Italia, soprattutto attraverso il canale della fiducia e della liquidità.
Nella prima fase, tra il 2007 e il 2009, l’impatto diretto sul sistema bancario italiano fu relativamente contenuto e gli interventi pubblici si limitarono alla sottoscrizione di obbligazioni subordinate emesse da alcuni istituti, con l’obiettivo di sostenere il credito all’economia reale. Più significativo fu invece l’effetto della crisi sull’attività economica: nel 2009 il prodotto interno lordo italiano registrò una contrazione prossima al 5%, una delle più profonde del dopoguerra, accompagnata da un calo dell’occupazione, degli investimenti e dei consumi.
A partire dalla metà del 2011, gli effetti della crisi finanziaria globale confluirono in Italia nella crisi del debito sovrano europeo. I salvataggi pubblici messi in atto negli anni precedenti per sostenere il sistema bancario, uniti alla profonda recessione del 2009, avevano infatti inciso in modo significativo sui conti pubblici dei Paesi più vulnerabili dell’area euro. In un contesto caratterizzato da crescita economica debole e da un elevato stock di debito accumulato nel tempo, l’Italia divenne progressivamente più esposta al peggioramento della fiducia dei mercati finanziari. I rendimenti dei titoli di Stato aumentarono rapidamente e lo spread rispetto al Bund tedesco superò i 500 punti base, facendo crescere in modo significativo il costo di finanziamento dello Stato. Questa dinamica si rifletté anche sulle banche, fortemente esposte ai titoli pubblici domestici, aggravando le condizioni di accesso al credito e contribuendo a una nuova fase recessiva dell’economia italiana.
2020: la Crisi del Covid-19
La crisi economica innescata dalla pandemia di Covid-19 ha assunto in Italia caratteristiche particolarmente intense fin dalle sue prime fasi. Le misure di contenimento adottate dal Governo sono state tra le più severe in Europa e si sono articolate in una progressiva restrizione delle attività sociali ed economiche: dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione degli eventi pubblici, fino alle limitazioni alla mobilità sull’intero territorio nazionale e al blocco di numerosi settori produttivi considerati non essenziali, accompagnato dal ricorso esteso al lavoro da remoto. L’ampiezza di tali interventi si è riflessa immediatamente su indicatori congiunturali come la riduzione del traffico e della domanda di energia elettrica, segnalando un brusco arresto dell’attività economica.
Gli effetti del lockdown si sono manifestati con particolare intensità rispetto ad altre economie avanzate. La diffusione anticipata dell’epidemia ha imposto un periodo più lungo di distanziamento sociale, con conseguenze dirette sulla produzione e ricadute indirette sul reddito disponibile, sui consumi e sulla fiducia di famiglie e imprese. Secondo le stime dell’ISTAT, già nel marzo 2020 le limitazioni hanno interessato oltre un terzo della produzione nazionale e più di un quarto del valore aggiunto, mentre nel primo trimestre dell’anno il PIL ha registrato una contrazione superiore al 5%.
La struttura dell’economia italiana ha amplificato l’impatto della crisi. Il peso rilevante del settore dei servizi, in particolare turismo, ristorazione e intrattenimento, e la forte dipendenza dalle esportazioni hanno reso più profonda la caduta del prodotto in una fase segnata dal crollo del commercio internazionale. Accanto agli effetti economici, sono emerse anche rilevanti conseguenze sociali, soprattutto tra i giovani, molti dei quali hanno percepito la pandemia come un fattore in grado di compromettere in modo duraturo i propri progetti di vita e professionali.





