Guida pratica ai due strumenti cardine dell’investimento finanziario.
Azioni e obbligazioni rappresentano i due pilastri dell’investimento finanziario. Chiunque operi nel settore della consulenza o dell’intermediazione deve padroneggiarne i meccanismi, non solo per orientare correttamente i propri clienti, ma anche per rispondere ai requisiti di competenza professionale richiesti dagli enti regolatori.
In questa guida analizziamo nel dettaglio entrambi gli strumenti: il loro funzionamento, le categorie esistenti, i rischi associati e, soprattutto, le differenze sostanziali che li distinguono.
Cos’è un’azione finanziaria
Un’azione è un titolo che rappresenta una frazione del capitale sociale di una società per azioni (SpA). Chi acquista anche una sola azione entra a tutti gli effetti nella compagine societaria: diventa cioè comproprietario — per quanto in misura proporzionale al numero di titoli detenuti — dell’impresa che ha emesso quei titoli.
Da questa partecipazione derivano due ordini di diritti:
- Diritti patrimoniali: l’azionista può ricevere una quota degli utili societari, quando l’assemblea delibera la distribuzione dei dividendi. È importante sottolineare che il dividendo non è garantito: viene corrisposto solo se la società genera profitti e decide di distribuirli.
- Diritti amministrativi: il socio ha facoltà di partecipare alle assemblee, esercitare il diritto di voto sulle decisioni strategiche, consultare determinati documenti societari e, nei casi previsti dalla legge, impugnare le delibere ritenute illegittime.
A differenza di altri strumenti finanziari, l’azione non prevede una scadenza né il rimborso del capitale investito. L’unica eccezione si verifica in caso di scioglimento e liquidazione della società, ma in quello scenario gli azionisti vengono soddisfatti solo dopo che tutti i creditori — compresi gli obbligazionisti — hanno ricevuto quanto loro spettante.
Sul piano giuridico, l’azione è anche qualificata come titolo di credito: uno strumento che incorpora il diritto del suo titolare e ne agevola il trasferimento a terzi. In termini più semplici, significa che i diritti dell’azionista — partecipare agli utili, votare in assemblea — non restano legati alla persona, ma “si accompagnano” al titolo: chi lo acquista ne diventa automaticamente il nuovo titolare, senza bisogno di ulteriori passaggi formali.
Rispetto ad altri titoli di credito più lineari — come gli assegni bancari o i titoli di Stato — l’azione presenta una complessità normativa significativamente maggiore, disciplinata in modo articolato dal codice civile (Libro V, Capo V). È proprio questa cornice giuridica a definire nel dettaglio lo status dell’azionista, il quale prevede un insieme strutturato di diritti patrimoniali e amministrativi, ma anche di obblighi, primo fra tutti il rispetto delle delibere assembleari e delle norme statutarie.
Le principali categorie di azioni
Non tutte le azioni attribuiscono gli stessi diritti. Lo statuto societario può prevedere diverse categorie, ciascuna con un equilibrio specifico tra vantaggi economici e poteri amministrativi.
Approfondiamo alcune delle più diffuse:
- Azioni ordinarie: garantiscono pieno diritto di voto in assemblea e accesso ai dividendi, senza tuttavia alcuna priorità rispetto ad altre categorie né nella distribuzione degli utili né nel rimborso in caso di liquidazione.
- Azioni privilegiate: offrono un trattamento economico più favorevole — per esempio la precedenza nella distribuzione dei dividendi o nel rimborso del capitale — a fronte di una limitazione del diritto di voto, generalmente circoscritto alle sole assemblee straordinarie.
- Azioni di risparmio: riservate esclusivamente alle società quotate, garantiscono benefici patrimoniali significativi (come un dividendo minimo), ma escludono completamente il diritto di voto.
- Azioni a voto plurimo: previste per le società per azioni non quotate, consentono di attribuire più voti per ciascun titolo, rafforzando il potere decisionale di determinati soci; in caso di successiva quotazione, le azioni a voto plurimo già emesse possono conservare i loro diritti secondo quanto previsto dalla legge.
- Azioni a voto maggiorato: meccanismo applicabile nelle società quotate, che consente di attribuire più voti per azione, entro i limiti previsti da legge e statuto, ai soci che mantengono la titolarità in modo continuativo per almeno ventiquattro mesi.
Per conoscere nel dettaglio le classi di azioni emesse da una specifica società, il documento di riferimento è lo statuto, consultabile presso la Camera di commercio o, nel caso delle quotate, sui siti ufficiali delle stesse società.
Azioni quotate e non quotate
La distinzione tra azioni quotate e non quotate incide in modo diretto sulla facilità con cui è possibile comprarle e venderle.
Le azioni quotate sono ammesse alla negoziazione su un mercato regolamentato: in Italia, il principale è Euronext Milan, gestito da Borsa Italiana. I vantaggi principali sono due: un’elevata liquidità, poiché è possibile effettuare compravendite in qualsiasi momento durante gli orari di apertura del mercato; trasparenza del prezzo, che riflette costantemente le aspettative degli investitori sull’andamento della società.
Le azioni non quotate, al contrario, possono essere scambiate solo tramite accordi privati tra le parti. In questo caso la determinazione del prezzo è meno immediata e la vendita può risultare complessa, soprattutto in assenza di acquirenti interessati.
Per operare su azioni quotate è necessario rivolgersi a un intermediario autorizzato — una banca o una SIM — che eseguirà gli ordini di acquisto o vendita per conto dell’investitore, applicando una commissione di negoziazione.
Se vuoi approfondire i passaggi operativi, ti consigliamo la nostra guida su come comprare azioni in borsa.
Valore nominale, valore di mercato e capitalizzazione
Per comprendere appieno il funzionamento di un’azione è necessario distinguere due concetti che vengono spesso confusi: il valore nominale e il valore di mercato.
- Il valore nominale è il valore teorico attribuito a ciascuna azione al momento dell’emissione e corrisponde alla singola quota in cui è suddiviso il capitale sociale. Si tratta di un valore puramente formale, uguale per tutte le azioni dello stesso lotto di emissione, a cui si aggiunge generalmente un sovrapprezzo stabilito dalla società.
- Il valore di mercato, invece, è il prezzo effettivo a cui l’azione viene scambiata in un dato momento. Nel caso delle società quotate, questo prezzo coincide con la quotazione di borsa e oscilla continuamente in funzione delle aspettative degli investitori sulle prospettive future dell’impresa. L’incontro tra domanda e offerta determina l’andamento del prezzo: quando l’interesse degli investitori è elevato il prezzo tende a salire, quando prevale la volontà di vendita il prezzo scende.
Dalla combinazione di questi due elementi deriva un indicatore fondamentale: la capitalizzazione di mercato, ossia il prodotto tra il numero totale di azioni in circolazione e il loro valore di mercato corrente. La capitalizzazione rappresenta, in sostanza, la valutazione complessiva che il mercato attribuisce alla società in un determinato momento.
Infine, un aspetto che l’intermediario deve saper comunicare con chiarezza al cliente è la volatilità: il prezzo delle azioni può variare in modo anche marcato e in tempi relativamente brevi. Tendenzialmente, i titoli di società giovani o di dimensioni ridotte presentano oscillazioni più ampie, mentre le azioni di imprese consolidate e con una lunga storia di mercato mostrano una dinamica di prezzo più stabile (senza che questo, tuttavia, elimini il rischio di perdite).
Cos’è un’obbligazione
La prima differenza fondamentale è questa: se l’azione rende l’investitore un socio, l’obbligazione lo rende un creditore. Acquistare un titolo obbligazionario equivale, nella sostanza, a concedere un prestito all’ente che lo ha emesso.
L’emittente — che può essere un’impresa privata, una banca, uno Stato o un’organizzazione sovranazionale — si impegna contrattualmente a:
- restituire alla scadenza il valore nominale del titolo (detto anche valore di rimborso);
- corrispondere periodicamente un interesse, generalmente sotto forma di cedola.
Il termine “cedola” ha un’origine curiosa: un tempo le obbligazioni erano documenti cartacei dotati di tagliandi fisici, che venivano materialmente staccati ogni volta che l’investitore riscuoteva gli interessi. Oggi la gestione è interamente digitale, ma l’espressione “stacco della cedola” è rimasta nel linguaggio finanziario corrente.
Le obbligazioni possono essere acquistate sul mercato primario, al momento dell’emissione (per esempio attraverso le aste dei titoli pubblici italiani), oppure sul mercato secondario, da un investitore che le ha già in portafoglio e desidera cederle.
Tipologie di obbligazioni
Il panorama obbligazionario è ampio. I criteri di classificazione principali riguardano la struttura della cedola, la durata e il livello di subordinazione.
In base alla cedola:
- Tasso fisso: l’interesse è predeterminato e resta invariato per l’intera vita del titolo. L’investitore sa esattamente quanto percepirà a ogni scadenza cedolare.
- Tasso variabile: l’interesse è agganciato a un parametro di mercato e si adegua periodicamente. A parità di altre condizioni, queste obbligazioni espongono a un rischio di tasso inferiore rispetto a quelle a tasso fisso.
- Indicizzate all’inflazione: sia la cedola sia, spesso, il valore di rimborso, crescono al crescere del livello generale dei prezzi, offrendo una protezione contro la perdita di potere d’acquisto.
- Zero coupon: non prevedono il pagamento di cedole periodiche. Il rendimento deriva interamente dalla differenza tra il prezzo di acquisto (inferiore al nominale) e il valore di rimborso a scadenza. I BOT italiani ne sono un esempio classico.
In base alla durata:
- Breve termine: scadenza fino a uno-due anni.
- Medio termine: scadenza compresa orientativamente tra due e dieci anni.
- Lungo termine: scadenza superiore ai dieci anni (i BTP italiani, per esempio, possono arrivare fino a cinquanta anni).
In base alla seniority:
- Obbligazioni senior (ordinarie): in caso di dissesto dell’emittente, i detentori di questi titoli hanno priorità nel rimborso.
- Obbligazioni subordinate (junior): vengono rimborsate solo dopo che i creditori ordinari sono stati soddisfatti. Sono dunque più rischiose e, per compensare questo rischio aggiuntivo, offrono rendimenti tendenzialmente superiori.
Esistono infine le obbligazioni strutturate, strumenti complessi che incorporano al loro interno un contratto derivato. Il rendimento è legato all’andamento di parametri esterni — indici di borsa, azioni, tassi di cambio, materie prime — e la comprensione del loro funzionamento è indispensabile prima di qualsiasi decisione d’investimento.
Azioni e obbligazioni a confronto: le differenze principali
Per chi opera nel settore dell’intermediazione, avere ben chiaro il confronto tra i due strumenti è fondamentale. Ecco una sintesi delle differenze strutturali.
| Caratteristica | Azioni | Obbligazioni |
| Ruolo dell’investitore | Socio (comproprietario) | Creditore |
| Rendimento | Dividendi + eventuale guadagno in conto capitale | Cedole periodiche + scarto tra prezzo di acquisto e valore di rimborso |
| Garanzia del rendimento | Nessuna: i dividendi dipendono dagli utili | Cedole regolate da contratto; rendimento complessivo non garantito |
| Restituzione del capitale | Non prevista (salvo liquidazione) | Prevista alla scadenza |
| Scadenza | Nessuna | Determinata |
| Diritto di voto | Sì (nelle azioni ordinarie) | No |
| Priorità in caso di liquidazione | Residuale: dopo tutti i creditori | Prioritaria rispetto agli azionisti |
| Livello di rischio | Tendenzialmente più elevato | Tendenzialmente più contenuto, ma da valutare caso per caso |
Al di là delle differenze strutturali tra azioni e obbligazioni, ogni singolo strumento va, in ogni caso, valutato in base all’emittente, alle clausole contrattuali e alla propria struttura, evitando di affidarsi a etichette generiche.
In linea di principio, l’azionista partecipa pienamente al destino economico dell’impresa, beneficiando dei periodi favorevoli ma sopportando anche le fasi negative. L’obbligazionista, invece, vanta un diritto al rimborso e alla remunerazione che prescinde — entro certi limiti — dall’andamento della gestione societaria.
Dal diverso profilo di rischio dei due strumenti discende inoltre la regola generale secondo cui, nel lungo periodo, il rendimento atteso delle azioni tende a essere superiore a quello delle obbligazioni: un premio che compensa la maggiore incertezza a cui l’investitore si espone. Anche se, ovviamente, nessun investimento può garantire la certezza di ritorni, più o meno elevati: ed è qui che entriamo nel discorso complesso (ma fondamentale) del rischio degli investimenti.
I rischi da considerare
Nessun investimento è privo di rischi. Conoscere la natura specifica dei rischi associati a ciascuno strumento è un prerequisito essenziale per chi svolge attività di consulenza o intermediazione.
Rischi dell’investimento azionario
Il prezzo di un’azione può scendere — anche significativamente — rispetto al valore di acquisto. Le cause possono essere molteplici:
- Fattori macroeconomici: una recessione, tensioni geopolitiche o una crisi di fiducia sui mercati possono deprimere le quotazioni in modo generalizzato.
- Fattori specifici della società (rischio idiosincratico): una strategia industriale sbagliata, un calo dei ricavi, uno scandalo o un cambiamento normativo sfavorevole possono colpire il valore di un singolo titolo indipendentemente dall’andamento del mercato nel suo complesso.
L’azionista non ha alcuna garanzia di recuperare il capitale investito. Nei casi estremi — il fallimento della società — il valore delle azioni può azzerarsi completamente, poiché gli azionisti vengono soddisfatti solo in via del tutto residuale.
Rischi dell’investimento obbligazionario
Anche le obbligazioni, nonostante la struttura contrattuale più definita, espongono l’investitore a rischi significativi:
- Rischio di tasso di interesse: esiste una relazione inversa tra tassi di mercato e prezzo delle obbligazioni. Se i tassi salgono, il valore di mercato dei titoli a tasso fisso già in circolazione diminuisce, perché le nuove emissioni offrono condizioni più vantaggiose. Questo effetto è tanto più marcato quanto più è lunga la durata residua del titolo. Concretamente, chi ha bisogno di vendere l’obbligazione prima della scadenza potrebbe ricavarne un prezzo inferiore a quello pagato, subendo una perdita in conto capitale.
- Rischio di credito (o rischio emittente): riguarda la possibilità che l’emittente non sia in grado — parzialmente o totalmente — di onorare gli impegni assunti, ossia il pagamento delle cedole e il rimborso del capitale. Non tutti gli emittenti presentano la stessa affidabilità: le agenzie di rating (come Moody’s e Standard & Poor’s) assegnano valutazioni che riflettono la solidità finanziaria di ciascun soggetto.
- Rischio di liquidità: non tutte le obbligazioni godono di un mercato secondario ampio e attivo. I titoli non quotati o emessi da soggetti poco noti possono risultare difficili da vendere prima della scadenza senza subire una penalizzazione sul prezzo.
- Rischio di cambio: si manifesta quando l’obbligazione è denominata in una valuta diversa da quella di riferimento dell’investitore. Le oscillazioni del tasso di cambio possono erodere — o amplificare — il rendimento effettivo del titolo.
- Rischio di inflazione: le cedole fisse, per quanto certe nell’importo nominale, possono perdere valore reale se il livello generale dei prezzi cresce a ritmi sostenuti.
L’importanza di diversificare
La diversificazione è lo strumento principe per mitigare il rischio di portafoglio. Il principio è semplice nella teoria, ma richiede competenza nell’applicazione: distribuire il capitale su emittenti differenti, su titoli con scadenze diverse, su strumenti a tasso fisso e variabile e su aree geografiche distinte consente di ridurre l’impatto negativo di un singolo evento avverso.
Per l’investitore che non dispone del tempo o delle competenze per costruire in autonomia un portafoglio diversificato, i fondi comuni di investimento e gli ETF (Exchange Traded Funds) rappresentano soluzioni efficienti: con un unico acquisto si accede a un paniere ampio di titoli, beneficiando di una diversificazione immediata e gestita professionalmente.
Il ruolo del consulente finanziario
La complessità degli strumenti finanziari — e la rapidità con cui mutano le condizioni di mercato e il quadro normativo — rende l’affiancamento di un professionista qualificato un elemento di grande valore per l’investitore.
Il consulente finanziario non si limita a suggerire singoli prodotti: il suo lavoro parte da un’analisi approfondita della situazione patrimoniale del cliente — redditi, debiti, investimenti esistenti, contesto familiare — per poi tradurre le aspettative, spesso generiche, in obiettivi concreti e misurabili: dalla pianificazione previdenziale alla protezione del patrimonio, dall’accumulo di capitale alla gestione del passaggio generazionale.
Su queste basi il consulente elabora una strategia personalizzata, calibrata sulla propensione al rischio, sull’orizzonte temporale e sulle esigenze di liquidità del cliente. Sa valutare quando privilegiare la componente azionaria e quando quella obbligazionaria, quale peso assegnare a ciascuna asset class e quali strumenti — fondi, piani d’accumulo, soluzioni assicurative — risultano più coerenti con il profilo individuato.
L’attività non si esaurisce con l’impostazione iniziale: il monitoraggio costante del portafoglio, l’adeguamento delle scelte ai cambiamenti del mercato e della vita personale del cliente (un nuovo impiego, la nascita di un figlio, il pensionamento) sono parte integrante del servizio. A questo si aggiunge una funzione educativa spesso sottovalutata: rendere comprensibili concetti finanziari complessi e mettere il cliente nelle condizioni di partecipare consapevolmente alle decisioni che riguardano il suo patrimonio.
Per esercitare la professione è necessario superare la prova valutativa dell’OCF e iscriversi all’Albo unico dei Consulenti Finanziari, mantenendo nel tempo un aggiornamento professionale obbligatorio su normativa, mercati e strumenti.
Per chi desidera intraprendere questa professione o approfondirne responsabilità e competenze richieste, consigliamo la lettura della nostra guida dedicata al consulente finanziario: mansioni, responsabilità e attività.
Meglio investire in azioni o in obbligazioni?
Non esiste una risposta valida in assoluto. La scelta tra azioni e obbligazioni — o, più realisticamente, la proporzione tra le due componenti all’interno di un portafoglio — dipende da variabili strettamente individuali:
- Orizzonte temporale: chi investe a lungo termine può generalmente tollerare una maggiore esposizione azionaria, contando sul fatto che le oscillazioni di breve periodo tendono a smorzarsi nel tempo. Su orizzonti più brevi, la stabilità delle obbligazioni offre maggiore prevedibilità.
- Tolleranza al rischio: ogni investitore ha una soglia diversa di sopportazione delle perdite, anche temporanee. Un portafoglio prevalentemente obbligazionario espone a oscillazioni più contenute; uno a forte componente azionaria offre maggiore potenziale di crescita, ma con una volatilità più accentuata.
- Obiettivi finanziari: chi cerca un flusso di reddito periodico e relativamente stabile può orientarsi verso le obbligazioni; chi punta all’apprezzamento del capitale nel tempo guarda con più interesse al mercato azionario.
La chiave, come sempre, risiede nella competenza. Per gli intermediari finanziari, assicurativi e creditizi, la conoscenza approfondita di questi strumenti non è solo una leva commerciale, ma un obbligo professionale: gli aggiornamenti normativi imposti da IVASS, OAM e OCF richiedono una formazione continua e rigorosa, che consenta di affiancare il cliente con autorevolezza e nel pieno rispetto della regolamentazione vigente.





