Obbligazioni: definizioni, funzionamento, rischi e ruolo degli intermediari

Panoramica sulle principali caratteristiche delle obbligazioni, dalle modalità di emissione e negoziazione fino alla valutazione dei rischi

Le obbligazioni rappresentano uno degli strumenti più rilevanti del mercato finanziario: permettono a Stati, banche e imprese di raccogliere capitale e offrono agli investitori la possibilità di ottenere una remunerazione attraverso cedole e rimborsi a scadenza. Dietro questa apparente semplicità, però, esistono caratteristiche tecniche, logiche di mercato e profili di rischio che devono essere compresi con attenzione. 

Per chi opera o intende operare nel settore dell’intermediazione finanziaria, conoscere il funzionamento delle obbligazioni significa saper leggere correttamente elementi come emittente, durata, prezzo, rendimento, rating, liquidità e struttura della cedola, ma anche comprendere il ruolo degli intermediari nella distribuzione, nella negoziazione e nell’eventuale consulenza al cliente. 

In questa guida analizziamo cosa sono le obbligazioni, come funzionano, quali tipologie esistono, dove vengono acquistate e vendute e quali rischi devono essere valutati prima di inserirle in una strategia di investimento. 

Cosa sono le obbligazioni: definizione

L’obbligazione è un titolo di debito attraverso il quale un emittente — uno Stato, una banca, un’impresa o un ente pubblico — raccoglie capitale presso il pubblico impegnandosi a restituirlo alla scadenza e, nella maggior parte dei casi, a corrispondere periodicamente un interesse sotto forma di cedola.

Sul piano giuridico, lo stesso strumento assume una duplice natura: rappresenta un debito per chi lo emette e un credito per chi lo sottoscrive. Chi acquista un’obbligazione, infatti, non diventa socio della società emittente, ma suo finanziatore: matura il diritto al rimborso del capitale prestato e alla remunerazione concordata, senza però partecipare alla gestione  dell’azienda e senza condividerne il rischio d’impresa, come farebbe per esempio un azionista.

Differenza tra obbligazioni e azioni

La distinzione tra azioni e obbligazioni si gioca tutta sul ruolo dell’investitore nei confronti dell’emittente.

Chi sottoscrive un’azione acquista una frazione del capitale sociale e diventa, proporzionalmente al numero di titoli detenuti, comproprietario della società. Ne discendono diritti di natura patrimoniale (anzitutto la partecipazione agli utili distribuiti come dividendi) e amministrativa (voto in assemblea, accesso a determinati documenti societari). In compenso, l’azionista non ha alcuna garanzia di rimborso del capitale e, in caso di liquidazione dell’emittente, viene soddisfatto solo dopo che tutti gli altri creditori sono stati pagati.

L’obbligazionista, invece, è un creditore dell’emittente e ha diritto “solo” al rimborso del capitale e alla corresponsione degli interessi. Non partecipa quindi alle decisioni societarie, pur godendo di un diritto di priorità nel rimborso rispetto agli azionisti in caso di dissesto (anche se possono esserci ulteriori soggetti a cui è conferita una priorità ancora più elevata).

Inoltre, le azioni offrono un potenziale di crescita legato all’andamento dell’impresa, con una volatilità di norma più marcata, mentre le obbligazioni assicurano flussi cedolari prevedibili e una remunerazione contrattualmente predeterminata, sebbene non priva di rischi.

Approfondisci: Azioni e obbligazioni: cosa sono, come funzionano e quali sono le differenze

Perché Stati, banche e imprese emettono obbligazioni

Il ricorso al mercato obbligazionario rappresenta, per i diversi tipi di emittente, una modalità di finanziamento alternativa o complementare ad altre forme di raccolta del capitale: in parole povere, le emettono per finanziare le proprie attività.

  • Per gli Stati, l’emissione di titoli di debito pubblico è lo strumento principale per coprire il fabbisogno finanziario: gli investimenti pubblici, il rifinanziamento del debito in scadenza e, in talune circostanze, il sostegno a politiche economiche straordinarie passano in larga parte attraverso il collocamento di BOT, BTP e altri titoli sul mercato primario.
  • Per le banche, le emissioni obbligazionarie consentono di raccogliere risorse a medio-lungo termine, integrando la raccolta tradizionale (attraverso i depositi) e contribuendo all’equilibrio strutturale del bilancio.
  • Per le imprese, infine, le obbligazioni costituiscono spesso un’alternativa più conveniente rispetto al credito bancario, soprattutto quando si tratta di importi rilevanti o di scadenze prolungate. I tassi corrisposti agli obbligazionisti risultano infatti generalmente inferiori a quelli applicati su finanziamenti chirografari o fidi di pari durata.

Come funzionano le obbligazioni

Per comprendere a fondo le logiche del mercato obbligazionario è essenziale padroneggiare alcuni elementi tecnici di questa tipologia di titoli. Ogni obbligazione si caratterizza per la combinazione di sei variabili principali: l’emittente, il valore nominale, il prezzo (di emissione e di mercato), la scadenza, la struttura della cedola e il rendimento complessivo. A questi si affiancano due indicatori esterni di grande rilievo nella valutazione del rischio: il rating e lo spread.

Emittente

L’emittente è il soggetto che beneficia dell’operazione di finanziamento. Può trattarsi di uno Stato, di un ente sovranazionale, di un’amministrazione locale, di una banca o di un’azienda privata. Dalla sua solidità economica — e, più in generale, dalla capacità di generare flussi di cassa sufficienti a onorare gli impegni assunti — dipendono il regolare pagamento delle cedole e la restituzione del capitale a scadenza.

Da questo punto di vista, conoscere l’identità dell’emittente non è un dettaglio formale, ma il primo elemento di valutazione del rischio. Un BTP, un’obbligazione corporate di una multinazionale e un titolo subordinato emesso da una banca regionale presentano profili di affidabilità — e quindi di rendimento atteso — sensibilmente diversi, anche a parità di altri fattori.

Per questa ragione, per valutare correttamente un titolo è indispensabile esaminare la natura giuridica dell’emittente, il settore di appartenenza, la posizione competitiva e lo storico di rimborso.

Valore nominale

Il valore nominale è l’importo su cui vengono calcolati gli interessi e che, salvo eccezioni, l’emittente si impegna a restituire alla scadenza. Si tratta di un dato contrattuale, fissato al momento dell’emissione, che resta invariato per tutta la vita del titolo: non risente né delle vicende patrimoniali dell’emittente né delle oscillazioni di mercato.

È importante non confonderlo con altri due valori che concorrono a definire l’investimento:

  • il prezzo di emissione, ossia l’importo effettivamente pagato dal sottoscrittore al collocamento iniziale;
  • il prezzo di mercato, cioè il valore al quale il titolo viene scambiato sul mercato secondario nel corso del suo periodo di validità.

Cerchiamo di chiarire meglio con un esempio. Consideriamo un’obbligazione a tasso fisso con valore nominale di 100 euro, cedola annua del 4,5% e prezzo di emissione di 98,5 euro. Chi la sottoscrive paga 98,5 euro, ma la cedola viene calcolata sul valore nominale: 100 × 4,5% = 4,5 euro all’anno. A scadenza, l’emittente restituirà l’intero valore nominale, generando per l’investitore una componente di rendimento aggiuntiva rispetto alle cedole.

Scadenza

La scadenza identifica il momento in cui l’emittente è tenuto a rimborsare il capitale ricevuto in prestito. È un dato contrattuale, fissato all’emissione, che definisce l’orizzonte temporale entro cui si chiude il rapporto creditizio tra obbligazionista ed emittente.

In base alla durata, le obbligazioni si distinguono comunemente in tre fasce:

  • breve termine, generalmente fino a uno o due anni;
  • medio termine, indicativamente tra due e dieci anni;
  • lungo termine, oltre i dieci anni (i BTP italiani, per esempio, possono arrivare fino a cinquant’anni).

Cedola

La cedola è la remunerazione periodica che l’emittente corrisponde all’obbligazionista a fronte del prestito ricevuto. Il termine ha un’origine storica curiosa: si riferisce ai tagliandi cartacei un tempo materialmente staccati dal certificato per riscuotere gli interessi. Oggi la gestione è interamente dematerializzata, ma l’espressione è rimasta nel linguaggio comune.

La cedola può essere riconosciuta con cadenze diverse — le più frequenti sono trimestrale, semestrale e annuale — e avere natura fissa o variabile. Nel primo caso, l’interesse è determinato all’emissione e non muta per tutta la vita del titolo. Nel secondo, è agganciato a un parametro di mercato — tipicamente l’Euribor, eventualmente maggiorato di uno spread — e viene ricalcolato a ogni scadenza cedolare, adeguandosi alle condizioni correnti.

Esistono infine obbligazioni che non prevedono il pagamento periodico di cedole, dette zero coupon: in questo caso l’unico rendimento per il sottoscrittore deriva dalla differenza tra il prezzo di acquisto (inferiore al nominale) e il valore di rimborso a scadenza.

Rendimento

Il rendimento di un’obbligazione misura il guadagno effettivo che l’investitore ricava dall’operazione. Non si esaurisce nelle sole cedole, ma si compone — in linea generale — di due elementi:

  • il flusso di interessi periodici corrisposti dall’emittente;
  • l’eventuale guadagno (o perdita) in conto capitale, pari alla differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di rimborso o di vendita sul mercato secondario.

Quando un titolo viene acquistato sotto la pari e portato a scadenza, l’investitore matura un guadagno in conto capitale che si aggiunge alle cedole. Lo scenario opposto — vendita anticipata a un prezzo inferiore a quello di acquisto — comporta una perdita in conto capitale, che può ridurre o azzerare il rendimento complessivo.

Va inoltre considerato che il rendimento “lordo” non coincide con quello effettivamente percepito: le commissioni di negoziazione applicate dall’intermediario e la tassazione sui proventi finanziari ne riducono l’entità, talvolta in misura significativa. 

Rating e spread

Il rating è il giudizio espresso da un’agenzia indipendente sulla capacità dell’emittente di onorare i propri debiti. Le tre principali società del settore — Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings — analizzano dati di bilancio, parametri di redditività, struttura finanziaria e fattori qualitativi (qualità del management, posizionamento competitivo, contesto settoriale) per attribuire una valutazione sintetica, espressa su scala alfabetica.

La distinzione fondamentale è quella tra investment grade e speculative grade. I titoli con rating pari o superiore a una determinata soglia (definita dalle agenzie in autonomia) rientrano nell’investment grade e sono considerati relativamente sicuri, accessibili anche agli investitori istituzionali con vincoli prudenziali. Al di sotto di questa soglia, le obbligazioni — note anche come high yield — presentano un profilo di rischio più elevato, che potrebbe essere compensato da rendimenti più alti (anche se ovviamente non è una certezza). La regola è quindi quella generale del rapporto rischio-rendimento: tanto maggiore è il rischio assunto, tanto più alto sarà il tasso d’interesse offerto dal titolo.

Lo spread è invece un indicatore di natura relativa: misura la differenza di rendimento tra due titoli con caratteristiche analoghe (scadenza, valuta, struttura della cedola) ma emittenti diversi.

Le principali tipologie di obbligazioni

Il mercato obbligazionario è ampio e segmentato: i titoli possono infatti differenziarsi per emittente, struttura della cedola, durata, livello di subordinazione, presenza di componenti derivative, valuta di denominazione e finalità degli investimenti finanziati. Conoscerne la mappa è essenziale per costruire portafogli coerenti con il proprio profilo di rischio.

Obbligazioni in base all’emittente

La prima classificazione distingue le obbligazioni in funzione della natura del soggetto che le emette:

  • Obbligazioni governative: emesse dai governi nazionali, sono storicamente considerate tra gli strumenti più sicuri perché beneficiano della garanzia dello Stato emittente, pur non essendo prive di rischi anch’esse.
  • Obbligazioni municipali: emesse dagli enti locali per finanziare progetti di interesse pubblico (infrastrutture, scuole, sanità, trasporti).
  • Obbligazioni corporate: emesse da imprese private per raccogliere capitale destinato a investimenti, operatività corrente o rifinanziamento del debito. Si articolano in due grandi famiglie: i titoli investment grade, emessi da società con fondamentali solidi, che offrono rendimenti più contenuti ma un profilo di rischio relativamente basso; e i titoli high yield, emessi da imprese con merito creditizio più debole, che propongono rendimenti più alti in cambio di un rischio di default maggiore.
  • Obbligazioni sovranazionali: emesse da istituzioni multilaterali come la Banca europea per gli investimenti (BEI) o il Meccanismo europeo di stabilità (MES). Hanno tipicamente un profilo di rischio molto basso e finanziano iniziative di interesse europeo, dalla realizzazione di infrastrutture alla transizione energetica.

Titoli di Stato: BOT, BTP e CCTeu

Sul tema delle obbligazioni governative, è importante soffermarsi su alcune categorie di titoli emessi dallo Stato italiano per finanziare il budget dello Stato: scopriamo le principali.

  • BOT (Buoni Ordinari del Tesoro): I BOT sono titoli di Stato a breve termine, con durata che non supera l’anno: le scadenze tipiche sono 3, 6 e 12 mesi, a cui si affiancano i cosiddetti BOT flessibili, di durata diversa, attivati in funzione delle esigenze di gestione della liquidità del Tesoro. La caratteristica distintiva è la loro natura zero coupon: i BOT non prevedono cedole periodiche e l’intera remunerazione deriva dallo scarto di emissione, ossia dalla differenza tra il prezzo pagato in sottoscrizione (inferiore al nominale) e il valore di rimborso a scadenza.
  • BTP (Buoni del Tesoro Poliennali): sono i titoli di Stato a medio e lungo termine, caratterizzati da una cedola fissa che viene corrisposta in via posticipata con cadenza semestrale. Il Tesoro li colloca con un ventaglio di durate molto ampio: si parte da 18 mesi e si arriva fino a 30 e 50 anni, passando per 3, 5, 7, 10, 15 e 20 anni.
  • CCTeu (Certificati di Credito del Tesoro indicizzati all’Euribor): I CCTeu sono titoli di Stato a tasso variabile, emessi con scadenze comprese tra 3 e 7 anni. La struttura cedolare si fonda sull’indicizzazione al tasso Euribor a 6 mesi, maggiorato di uno spread (o margine) fissato al momento dell’emissione e mantenuto costante per l’intera vita del titolo; le cedole vengono pagate semestralmente. A questa componente può sommarsi una rendita ulteriore derivante dallo scarto di emissione, qualora il titolo sia stato collocato sotto la pari.

Obbligazioni in base alla cedola

Un secondo criterio di classificazione riguarda la struttura della cedola. Si distinguono in particolare tre grandi famiglie:

  • Tasso fisso: il tasso d’interesse è stabilito al momento dell’emissione e resta invariato per tutta la vita del titolo.
  • Tasso variabile: la cedola è agganciata a un parametro di riferimento — tipicamente l’Euribor, eventualmente maggiorato di uno spread — e viene ricalcolata periodicamente.
  • Zero coupon: non prevedono il pagamento di cedole periodiche, ma il rendimento deriva interamente dalla differenza tra il prezzo di acquisto, inferiore al valore nominale, e l’importo rimborsato a scadenza.

A queste tre famiglie si affiancano varianti più sofisticate — in particolare i meccanismi cap and floor — che vengono normalmente ricondotte al perimetro delle obbligazioni strutturate.

Obbligazioni in base alla durata

La durata residua, ovvero il tempo che separa il titolo dalla sua scadenza, è uno dei criteri di classificazione più utilizzati e incide direttamente sul profilo di rischio e di rendimento dell’investimento.

  • Breve termine: scadenze fino a uno o due anni. Sono titoli particolarmente adatti a esigenze di liquidità di breve periodo e meno esposti alle oscillazioni di prezzo legate ai movimenti dei tassi di mercato.
  • Medio termine: durano indicativamente tra due e dieci anni e rappresentano la fascia più diffusa nei portafogli obbligazionari, offrendo un equilibrio tra rendimento atteso e sensibilità alle variazioni dei tassi.
  • Lungo termine: durate superiori ai dieci anni, che possono arrivare fino a cinquant’anni nel caso di alcune tipologie di BTP, garantiscono in genere rendimenti più elevati a fronte di una maggiore esposizione al rischio di tasso e di credito.

Obbligazioni strutturate

Le obbligazioni strutturate sono strumenti ibridi che integrano un’obbligazione tradizionale — a tasso fisso o variabile — con uno o più contratti derivati. La componente obbligazionaria, definita anche contratto ospite, conserva le caratteristiche standard di un titolo di debito (valore nominale, cedola, scadenza, emittente) e garantisce, salvo eventi straordinari che ne compromettano la solvibilità, il rimborso del nominale a scadenza. La componente derivativa, invece, lega il rendimento finale all’andamento di un parametro sottostante: indici azionari, panieri di titoli, valute, materie prime, tassi di interesse o altri riferimenti di mercato.

Sul rendimento complessivo incidono quindi più elementi: il prezzo di emissione (alla pari, sotto la pari o sopra la pari), la struttura cedolare prevista, il merito creditizio dell’emittente e la performance del sottostante a cui il derivato è agganciato. La presenza di quest’ultimo consente potenzialmente rendimenti superiori rispetto a un’obbligazione tradizionale di pari durata e rating, ma introduce al tempo stesso un rischio maggiore e una complessità di valutazione che non può essere trascurata.

Obbligazioni senior e subordinate

Una distinzione di rilievo, soprattutto quando si valutano titoli emessi nel settore bancario, è quella tra obbligazioni senior e obbligazioni subordinate. La differenza non sta nella struttura della cedola ma nella gerarchia di rimborso: ovvero nella posizione che l’investitore occupa nella scala dei creditori in caso di liquidazione o dissesto dell’emittente.

  • Obbligazioni senior: sono i titoli di debito, per così dire, “ordinari”, quelli che, in scenari di crisi dell’emittente, vengono rimborsati in anticipo rispetto a tutte le altre categorie di obbligazionisti.
  • Obbligazioni subordinate: in caso di liquidazione o insolvenza vengono rimborsate dopo i creditori ordinari, secondo la gerarchia prevista dalla normativa applicabile. Si tratta quindi di strumenti con un profilo di rischio più elevato ma, in compenso, con un rendimento maggiore.

Obbligazioni ESG, green e sustainability-linked

L’esigenza di indirizzare il risparmio verso progetti coerenti con criteri ambientali, sociali e di buona governance ha portato negli ultimi anni a un’espansione significativa del segmento delle obbligazioni sostenibili. Si tratta di strumenti che, dal punto di vista tecnico, funzionano come tutte le obbligazioni tradizionali e quindi prevedono un rimborso del valore nominale a scadenza, il pagamento delle cedole, un’eventuale negoziazione sul mercato secondario e così via. Si distinguono però perché prevedono la destinazione vincolata dei proventi o per il legame con specifici obiettivi di sostenibilità dell’emittente.

Nella prassi internazionale, le principali tipologie sono:

  • Green bond (obbligazioni verdi): in questo caso, l’emittente vincola il capitale raccolto al finanziamento di progetti a impatto ambientale positivo, come gli impianti di energia rinnovabile, l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, la gestione delle risorse idriche e così via.
  • Social bond (obbligazioni sociali): destinati a finanziare iniziative a rilevante impatto sociale: infrastrutture sanitarie e scolastiche, edilizia residenziale a prezzi accessibili, sostegno alle PMI e all’occupazione in aree economicamente svantaggiate e così via.
  • Sustainability bond (obbligazioni sostenibili): combinano in un unico strumento la destinazione dei proventi sia a progetti ambientali sia a progetti sociali.
  • Sustainability-linked bond (SLB): in questo caso, non è tanto importante la destinazione specifica dei proventi, bensì il raggiungimento — da parte dell’emittente — di obiettivi misurabili di sostenibilità, definiti attraverso specifici KPI (Key Performance Indicators): ad esempio una riduzione delle emissioni di CO₂ entro una determinata soglia, da conseguire entro una data prestabilita.

Quali sono i rischi delle obbligazioni

Pur essendo generalmente percepite come strumenti meno volatili rispetto alle azioni, le obbligazioni non rappresentano in alcun modo un investimento privo di rischi. Il livello e la natura del rischio variano in funzione di una molteplicità di fattori: la tipologia di titolo, l’emittente, la struttura della cedola, la durata residua e la valuta di denominazione.

Rischio di tasso di interesse e duration

Uno dei principali rischi delle obbligazioni riguarda l’andamento dei tassi di interesse. Il principio di base è semplice: tra prezzo delle obbligazioni e tassi esiste una relazione inversa. Quando i tassi salgono, le obbligazioni già emesse tendono a perdere valore sul mercato secondario, perché i nuovi titoli offrono rendimenti più interessanti. Quando invece i tassi scendono, i titoli già in circolazione possono diventare più appetibili e vedere aumentare il proprio prezzo.

Questo effetto riguarda soprattutto le obbligazioni a tasso fisso. Se un titolo paga una cedola stabilita al momento dell’emissione, non può adeguarsi automaticamente alle nuove condizioni di mercato: il riallineamento avviene quindi attraverso una variazione del prezzo. L’impatto è generalmente più forte per le obbligazioni con scadenze più lunghe, perché l’investitore resta esposto più a lungo a una cedola che potrebbe risultare meno conveniente rispetto ai nuovi rendimenti disponibili. Le obbligazioni a tasso variabile, invece, sono meno sensibili a questo rischio, perché la cedola viene aggiornata periodicamente in base a un parametro di riferimento.

Per misurare la sensibilità del prezzo alle variazioni dei tassi si utilizza la duration, o durata media finanziaria. Non va confusa con la vita residua del titolo: la vita residua indica quanto manca alla scadenza, mentre la duration misura quanto il prezzo dell’obbligazione può reagire a un movimento dei tassi. Più la duration è alta, maggiore sarà la possibile oscillazione del prezzo.

Questo indicatore è particolarmente utile per chi pensa di vendere l’obbligazione prima della scadenza. Chi invece intende mantenerla fino al rimborso finale sarà meno esposto alle oscillazioni intermedie del prezzo, pur restando naturalmente soggetto alle altre tipologie di rischio.

Rischio di credito o rischio emittente

Il rischio di credito — o rischio emittente — è strettamente legato alla possibilità che chi ha emesso il titolo non sia in grado di onorare gli impegni assunti, in tutto o in parte: pagamento delle cedole, rimborso del capitale a scadenza o entrambi. 

Non tutti gli emittenti presentano la stessa affidabilità: in linea di principio uno Stato risulta più solido di un’impresa privata, e il fallimento di un soggetto sovrano, pur possibile, è statisticamente meno frequente di quello di una società. Nemmeno i Paesi però sono totalmente esenti dal rischio di default, come abbiamo avuto testimonianza nel corso del tempo.

Rischio di liquidità

Il rischio di liquidità si manifesta quando l’investitore ha bisogno di vendere il titolo prima della scadenza, ma non trova rapidamente una controparte disposta ad acquistarlo a un prezzo coerente con il suo valore. In questi casi, le alternative sono due: attendere il manifestarsi della domanda — con i conseguenti vincoli di tempo — oppure accettare un prezzo inferiore al valore teorico del titolo, subendo una perdita potenzialmente rilevante. 

Rischio di cambio

Il rischio di cambio entra in gioco quando l’obbligazione è denominata in una valuta diversa da quella di riferimento dell’investitore. Le oscillazioni del tasso di cambio possono infatti incidere, in positivo o in negativo, sulla performance complessiva del titolo.

Cerchiamo di capire meglio il perché con un esempio. Immaginiamo di acquistare un Treasury bond statunitense da 10.000 dollari. Al momento dell’operazione, il tasso di cambio tra euro e dollaro è pari a 1,10. L’investitore europeo converte circa 9.090 euro per investire nell’obbligazione targata USA. Trascorso un anno, il titolo ha generato un rendimento del 4%. Trattandosi di dollari, arriviamo quindi a 10.400 dollari. Però, se il dollaro nel frattempo si è indebolito e troviamo oggi un cambio pari a 1,15, allora l’investitore si ritroverà con un “rendimento” di 9.050 euro, quindi meno di quanto investito.

Rischio di inflazione

L’inflazione riduce il valore reale dei flussi cedolari e del rimborso del capitale a scadenza. Le obbligazioni a tasso fisso sono particolarmente esposte: se nel corso della vita del titolo i prezzi al consumo crescono in modo sostenuto, l’importo nominale delle cedole, pur restando invariato, vedrà ridurre il proprio valore in termini di potere d’acquisto effettivo. Ragionamento vale anche per il valore nominale rimborsato a scadenza.

Rischio di reinvestimento

Questo rischio entra in scena nel momento in cui un’obbligazione arriva a maturazione, oppure viene rimborsata in anticipo, in un contesto di tassi di mercato più bassi rispetto a quelli del titolo. L’investitore si trova così costretto a reinvestire il capitale a condizioni meno favorevoli, con un rendimento complessivo del portafoglio inferiore alle aspettative.

Rischio di mercato

Anche se in genere sono meno volatili degli strumenti azionari, le obbligazioni risentono comunque dell’andamento del contesto macroeconomico, dello scenario geopolitico e dei mutamenti nel sentiment degli investitori. È una componente di rischio che si aggiunge a quelle finora descritte e che va sempre considerata nella costruzione di un portafoglio diversificato, perché non scompare neppure quando si scelgono emittenti di elevata solidità.

Il mercato obbligazionario

Le obbligazioni possono essere acquistate in due momenti diversi: al momento dell’emissione, sul cosiddetto mercato primario, oppure successivamente, sul mercato secondario

Nel primo caso l’investitore sottoscrive il titolo quando viene offerto dall’emittente, per esempio lo Stato, una banca o una società. La sottoscrizione avviene spesso attraverso una banca, una SIM, una rete di consulenza o una piattaforma di home banking abilitata. Le condizioni dell’emissione, come durata, cedola, prezzo di sottoscrizione, rimborso e principali rischi, sono indicate nella documentazione informativa prevista per l’offerta. 

Dopo l’emissione, le obbligazioni possono poi essere negoziate sul mercato secondario, dove gli investitori comprano e vendono titoli già in circolazione. 

In Italia, il riferimento per il pubblico retail è il MOT, il Mercato Telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato gestito da Borsa Italiana, sul quale sono negoziati titoli di Stato italiani, obbligazioni bancarie, corporate bond, eurobond e altri strumenti di debito. 

L’investitore privato, in genere, non accede direttamente a queste sedi di mercato, ma opera tramite il proprio intermediario, che trasmette l’ordine di acquisto o vendita. 

Il ruolo degli intermediari nella consulenza sulle obbligazioni

Nel rapporto tra investitore e mercato obbligazionario, gli intermediari svolgono un ruolo centrale: non si limitano a rendere possibile l’acquisto o la vendita dei titoli, ma possono accompagnare il cliente nella valutazione della coerenza dell’investimento rispetto al suo profilo finanziario. 

A seconda del servizio prestato, possono intervenire banche, SIM, SGR autorizzate alla consulenza o alla gestione di portafogli, consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, consulenti finanziari autonomi e società di consulenza finanziaria. 

Le prime categorie operano nell’ambito dei servizi di investimento vigilati da Banca d’Italia e Consob; i consulenti finanziari, invece, sono iscritti all’Albo unico tenuto dall’OCF, articolato nelle sezioni dedicate ai consulenti abilitati all’offerta fuori sede, ai consulenti autonomi e alle società di consulenza finanziaria. 

Quando l’intermediario formula una raccomandazione personalizzata, l’attività rientra nella consulenza in materia di investimenti e richiede la valutazione di adeguatezza del prodotto rispetto a conoscenze, esperienza, obiettivi, situazione finanziaria e tolleranza al rischio del cliente. 

Anche quando l’intermediario non formula una raccomandazione personalizzata, ma si limita a proporre, collocare o rendere disponibile l’acquisto di obbligazioni, restano comunque obblighi di informazione, correttezza e trasparenza verso il cliente. In molti casi, deve inoltre verificare che il prodotto sia appropriato rispetto alle conoscenze e all’esperienza dell’investitore, soprattutto quando si tratta di obbligazioni più complesse o rischiose, come quelle subordinate o strutturate.

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