Il ruolo del settore assicurativo a sostegno della transizione dalla brown alla green economy

Ringrazio gli organizzatori per l’invito a partecipare rivolto all’IVASS. Il titolo di questo convegno è molto significativo ed efficace. Educazione finanziaria e finanza sostenibile sono due fondamentali investimenti per il futuro, tra loro strettamente connessi.

Il comparto assicurativo, ed in particolare le compagnie più grandi, già da tempo hanno assunto consapevolezza del ruolo e della responsabilità che la loro azione ha per la transizione verso una economia circolare, ecosostenibile, a bassa emissione di carbonio.

Il tradizionale contributo del settore assicurativo allo sviluppo economico è duplice: in veste di operatore professionale in grado di offrire coperture ai rischi cui sono tipicamente esposte le imprese e le famiglie e quale investitore istituzionale.

Cogliere rischi e opportunità associati al cambiamento climatico richiede nuovi strumenti e sensibilità. Per la stima della probabilità e dell’impatto di eventi climatici oggi le tradizionali serie storiche o l’esperienza del passato non sono più sufficienti; esse vanno necessariamente integrate con proiezioni probabilistiche e attenzione verso scenari climatici futuri. Nel contempo la selezione di investimenti sostenibili richiede, già nella fase di transizione dalla brown alla green economy, di fattorizzare attentamente il prevedibile impatto sul valore dei titoli dei trend connessi al cambiamento climatico.

Il climate change impone un aggiornamento della cultura assicurativa di compagnie, reti distributive, famiglie e imprese.

Il ruolo del settore assicurativo a sostegno della transizione dalla brown alla green economy

Sono tre le direttrici strategiche del settore assicurativo per supportare la transizione verso uno sviluppo equilibrato ed equo: innovare i prodotti, indirizzare gli investimenti alla sostenibilità, far crescere la cultura assicurativa.

L’IVASS ha condotto due indagini sul climate change. L’ultima, nel 2018,ha approfondito il livello di preparazione delle principali compagnie e le strategie adottate in tema di mitigazione e gestione dei relativi rischi e di politiche di investimento. Ciò anche alla luce di una norma introdotta dall’IVASS nel 2018 (art. 4, comma 2, del reg. IVASS 38/2018) che, tra i primi in Europa, ha richiesto ai Consigli di amministrazione delle assicurazioni di considerare nella pianificazione aziendale anche i rischi di natura ambientale e sociale.

Nel 2019 abbiamo avviato altre due raccolte di dati.
Le analisi hanno evidenziato, in particolare, che:

    l’incremento della quota di investimenti “verdi”, orientati ai profili environmental, social, governance (ESG), da parte delle compagnie assicurative è in molti casi già in atto;

  • circa metà del campione esaminato ha esplicitamente considerato l’impatto dei cambiamenti climatici sul proprio portafoglio di investimenti mentre, in alcuni casi, lo sviluppo di una strategia di “investimento responsabile” è in fase di definizione;
  • le esposizioni carbon intensive non risultano rilevanti (tra 0 e 6% degli investimenti) con alcune entità che hanno già azzerato l’esposizione azionaria verso emittenti classificati come non green-oriented, altre ancora si sono impegnate a farlo nell’arco dei prossimi anni;
  • le principali compagnie hanno avviato politiche di contenimento, sino al progressivo azzeramento, delle protezioni assicurative offerte a Paesi/settori/iniziative che
La prima finalizzata a valutare i fattori ed i rischi di sostenibilità finanziaria in vista della revisione dei requisiti prudenziali del framework Solvency II (il parere è stato pubblicato sul sito EIOPA il 30 settembre 2019: https://eiopa.europa.eu/Publications/Opinions/2019-09 30%20OpinionSustainabilityWithinSolvencyII.pdf). La seconda ha riguardato la volontaria implementazione da parte degli assicuratori delle Raccomandazioni finali della TCFD, in vista della redazione di un paper IAIS-SIF.

dipendono in modo significativo dal settore del carbone (es. per la costruzione di nuove centrali a combustibile fossile). Nel contempo attenzione è riservata alla ricerca di un dialogo costante con emittenti, clienti e altri stakeholder per monitorarne i piani ambientali e la strategia di transizione verso attività a basso impatto.

Emerge in tutta evidenza l’importanza di governare la transizione a livello globale e locale.

Le scelte di politica ambientale e industriale dei governi e delle altre autorità dovranno modulare nel tempo interventi e incentivi in modo che investitori e sottoscrittori siano in grado di valutare adeguatamente prezzi e rischi nella fase di transizione verso un sistema low-carbon, e più in generale creare un ambiente in grado di gestire le ricadute anche sociali e occupazionali di questa fase. Una “buona” transizione deve in primo luogo puntare a rendere ecologicamente sostenibili le imprese che oggi non lo sono (‘greening the brown’).

Dal canto loro, le compagnie di assicurazione si preparano ad accompagnare la transizione con nuove forme di copertura. Ne sono esempio lo sviluppo di prodotti assicurativi con impatto ambientale e sociale:

  • prodotti a elevato valore ambientale, quali quelli a copertura dei rischi legati alla produzione di energie rinnovabili in caso di scarso irraggiamento solare. Analoghi contratti hanno come rischi sottostanti: l’intensità e la distribuzione delle precipitazioni; il grado di innevamento; le ondate di calore e la siccità nel settore agricolo; le temperature massime e minime. Le previsioni sono elaborate su serie storiche corrette e ricalibrate sulla base di modelli probabilistici di scenari climatologici futuri oggetto di continuo affinamento;
  • prodotti anti-inquinamento, polizze di responsabilità civile da inquinamento, che prevedono l’indennizzo delle spese per interventi urgenti e temporanei volti a prevenire o limitare un danno risarcibile.

Sul fronte degli investimenti nel complesso le compagnie detengono investimenti per 923 mld. di euro, di cui 256 mld. circa in azioni e obbligazioni societarie. Scelte d’investimento “responsabile” del settore assicurativo possono dare un forte slancio nella direzione della sustainability.

Nel settore è già radicata la convinzione che, in una prospettiva di medio-lungo periodo, gli investimenti in aziende a bassa impronta carbonica o con adeguati presidi rispetto ai potenziali impatti dei cambiamenti climatici, presentano ritorni economici interessanti, specie se raffrontati al prevedibile andamento degli investimenti in business non ecosostenibili.

È recente la notizia del lancio del primo green bond da parte di un’importante gruppo assicurativo, destinato a reperire risorse da investire in progetti a basso impatto ambientale. Si tratta di una prospettiva particolarmente interessante perché complementare all’offerta di analoghi prodotti da parte di imprese industriali per finanziare progetti con impatto positivo sull’ambiente. Un chiaro esempio di come le compagnie possono far affluire finanza non speculativa sui progetti innovativi e obiettivi di sviluppo sostenibile.

Non possiamo però dimenticare che, ovunque nel mondo, le assicurazioni investono in misura importante in titoli pubblici; in Italia siamo poco sopra il 50% del totale degli investimenti con rischio a carico delle compagnie. Sarebbe molto significativo finanziare i piani nazionali diretti a sostenere la transizione con l’emissione di titoli ‘verdi’.
Alcuni paesi hanno già intrapreso questa via, sono sicuro che il settore assicurativo non farebbe mancare il proprio apporto.

La gestione dei rischi della transizione si avvantaggerebbe anche dello sviluppo del mercato dei c.d. cat-bond (Catastrophe Bonds) titoli le cui prestazioni sono subordinate al mancato verificarsi di un dato evento catastrofale, quali ad esempio le alluvioni. Essi rappresentano una alternativa alle più tradizionali forme di riassicurazione e, al contempo (per gli investitori istituzionali), sono decorrelati dall’andamento dei mercati finanziari.

Per sostenere la transizione è importante che le imprese, anche quelle assicurative, forniscano una non financial disclosure di qualità e scientificamente fondata su strategie e azioni per governare il processo di trasformazione.

Le iniziative descritte sono importanti e danno evidenza concreta della accresciuta sensibilità verso il tema della transizione. Occorre, soprattutto in questa fase di avvio, definire una cornice istituzionale che favorisca lo sviluppo sostenibile, fatta non solo di regole, chiara e armonizzata a livello europeo. Serve una tassonomia condivisa.
È inoltre opportuna una certificazione dei risultati da parte di enti indipendenti e riconosciuti.

La diffusione della consapevolezza dei rischi ambientali da parte di famiglie e imprese, tra prevenzione e trasferimento del rischio.

Fermare e gestire le conseguenze del climate change richiede lo sforzo congiunto di istituzioni, imprese e cittadini. Andiamo per ordine.

Come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia da ultimo lo scorso 26 settembre, a livello globale, gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi dal 1880 e lo scorso luglio è stato il mese più caldo da quando sono disponibili rilevazioni. Nel nostro Paese il 2018 ha registrato la temperatura media più alta degli ultimi 200 anni.

Inoltre l’Italia è, per caratteristiche geomorfologiche e idriche, un’area ad elevata pericolosità. Il cambiamento climatico, con l’aumento delle precipitazioni invernali e della siccità estiva, sta accrescendo la frequenza delle alluvioni improvvise (flash floods) e dei danni meteo-idraulici.

Siamo nello stesso tempo il paese europeo più esposto al rischio di calamità naturali (terremoti e alluvioni in particolare) e quello con la più alta quota di ricchezza, oltre due terzi, investita in case e immobili. Ne dovrebbe derivare un ampio ricorso a coperture assicurative a protezione delle abitazioni avverso tali rischi, ma non è così!

Le unità abitative in Italia sono circa 35 milioni. Di queste, circa 15 milioni sono esposte al rischio alluvionale (tipicamente quelle situate nei piani terra o nei semi-interrati); 700 mila sono a rischio alluvionale medio-elevato. A fronte di ciò, solo una casa su tre ha una polizza contro gli incendi – già di per sé una percentuale estremamente ridotta rispetto agli altri paesi della UE – e solo una su cento ha anche la garanzia contro le “alluvioni”.

Visco, Sustainable development and climate risk: the role of central banks, Banca d’Italia. Cfr. R. Cesari e L. D’Aurizio, Calamità naturali e coperture assicurative: valutazione dei rischi e policy options per il caso italiano, Quaderno n. 13 IVASS.

C’è in primo luogo un importante gap di consapevolezza che va colmato.
Se l’educazione assicurativa – come definita dall’OCSE – consiste nel dare gli strumenti per migliorare la conoscenza dei rischi e dei prodotti assicurativi, allora una crescita della cultura assicurativa è parte integrante delle politiche da mettere in campo per fronteggiare le minacce dei rischi ambientali.

Dobbiamo fare in modo che tutti comprendano le potenzialità dei contratti assicurativi quali strumenti che permettono di mutualizzare il rischio trasferendolo dal singolo ad una collettività. L’unione fa la forza potrebbe essere il motto dell’agire assicurativo.
Alla comprensione di questo concetto, vanno aggiunti la capacità di apprezzare i rischi, un adeguato livello di conoscenza dei prodotti assicurativi e la capacità di applicare queste conoscenze al fine di prendere decisioni coerenti e razionali. Una adeguata alfabetizzazione assicurativa deve permettere anche di capire quando sia opportuno e utile ricercare un qualificato supporto professionale, rivolgendosi ad un intermediario assicurativo.

Per i rischi associati ai cambiamenti climatici e più in generale per quelli conseguenti alle calamità naturali è pertanto importante lavorare per:

  • migliorare la consapevolezza di cittadini e aziende sull’esistenza e l’intensità dei rischi e sulle possibili conseguenze sul patrimonio (es. abitazione, capannoni industriali) o sulla sostenibilità del business;
  • diffondere la conoscenza di base degli strumenti assicurativi in grado di trasferire e mitigare gli effetti negativi conseguenti a una calamità naturale, unitamente a dettagli sui loro meccanismi di funzionamento (franchigie/scoperti) che possono incidere sull’entità del rischio trasferito e quindi sull’ammontare del premio;
  • far comprendere che la massima efficacia in termini di protezione si ottiene quando si adottano efficaci misure di prevenzione, a livello territoriale o di singoli beni e infrastrutture (argini, rispetto dei piani urbanistici, costruzioni e ristrutturazioni a norma, serre climatizzate, ecc.), in grado di mitigare il rischio “residuo” e per questa via contenere il premio assicurativo e in generale ottenere il miglior risultato in termini di resilienza.

Non a caso molti dei prodotti assicurativi più innovativi riservano grande attenzione alla prevenzione mediante l’inserimento di agevolazioni a fronte di comportamenti “virtuosi” (ad esempio, in presenza di certificazione ambientale) o attraverso la definizione di modelli di governo dei rischi che integrano coperture assicurative e interventi pubblici, ovvero, checoinvolgono intere aree e distretti industriali. Resilienza del contesto e politiche attive di prevenzione hanno una significativa rilevanza per definire le coperture assicurative.

In sintesi la sfida è migliorare l’alfabetizzazione assicurativa, far crescere la cultura della prevenzione e il ricorso alla mutualizzazione dei rischi, anche climatici.

A questo fine l’IVASS si è fatta promotrice, con il supporto finanziario del MISE, di un test di cultura assicurativa rivolto alla popolazione italiana. L’iniziativa, unica anche a livello internazionale, si propone realizzare un sistema di misurazione di conoscenze e competenze specificamente assicurative. I lavori hanno preso concreto avvio in questi giorni; i risultati dell’indagine, disponibili il prossimo anno, consentiranno di impostare più mirate azioni formative a vantaggio di scelte consapevoli e in grado di rispondere al meglio alle esigenze di copertura dei rischi di imprese e famiglie.

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